Marzapane, peccato di gola
«Come mai il Santo Uffizio, quando lo poteva, non pensò a proibire questi dolci?
I trionfi della gola (la gola, peccato mortale!), le mammelle di sant' Agata vendute
dai monasteri, divorate dai festaioli. Mah». Mentre il principe Fabrizio sceglie
le minni di vergini nel gran buffet della festa, Tomasi di Lampedusa si interroga
sull' impudicizia di quei dolci di mandorle. In realtà, nel 1575 il sinodo diocesano
di Mazara del Vallo aveva proibito alle religiose l' attività pasticcera, perché
le distraeva dal raccoglimento liturgico. Ma poi le preparazioni erano riprese a
pieno ritmo, per compiacere nobili e ricchi, colorando e profumando l' aria di feste,
sagre, cerimonie fino ai giorni nostri.
Perché nulla è più dolce, ma dolce davvero. Nulla è più sfacciato, colorato, acceso,
violentemente allegro, sfrontatamente calorico. Le paste di mandorle ingrassano
al solo sguardo, mentre si offrono sfrontate dalle vetrine, aggregate in piramidi
formidabili o adagiate su sontuosi vassoi. Più che la forma, poté la sostanza. Certo
i piccoli seni inventati dalle suore di clausura sono allusivi quanto e più delle
Mozartkugeln, le “Palle di Mozart” gloria della pasticceria austriaca.
Anche l' occhio vuole la sua parte. Però, a rendere irresistibili i dolcetti
di ispirazione araba, così ben radicati nella tradizione del centro-sud, è soprattutto
il gioco dei contrasti tra suadenza e opulenza, morbidezza e resistenza al palato,
profumi d' infanzia e impasti eleganti. Mai come in questo caso, la dolcezza nasconde
oppure esalta. Perché la pasta di mandorle può essere un semplice agglomerato di
zucchero, o l' esplosione del sapore dolce-amaro delle mandorle. Una bella differenza:
nel primo caso, la progressione golosità-sazietà-nausea è rapida, rapidissima. Mettiamo
in bocca un dolcetto, il secondo e già sul terzo fatichiamo un poco. La voglia arretra,
la sete avanza: cerchiamo con lo sguardo un mandarino, un' arancia che puliscano
la bocca e lavino la coscienza.
Al contrario, se le mandorle sono di prima scelta, se l' equilibrio con lo zucchero
è sobrio, se le dimensioni sono piccole, misurate, allora fermarsi è difficile.
Un dolcetto tira l' altro, né ci si può fermare fino all' assaggio dell' ultima
variante… Tecnicamente, si tratta di un assemblaggio semplice di mandorle e zucchero,
legati in maniera efficace e discreta dal bianco d' uovo. Le complicazioni nascono
subito dopo. Intanto perché non c' è ricetta uguale alle altre per quanto riguarda
la preparazione base: chi la fa bollire e chi la “asciuga” in forno, chi la fa riposare
in frigorifero e chi le appoggia sulle ostie. Da qui in poi, sapienza e tradizione
possono tutto o quasi.
Spesso le mandorle vengono “rinforzate” da altra frutta secca, come pinoli, pistacchi,
nocciole, carrube, armelline. Altra ricchezza, quella data dai canditi: limoni,
cedri, arance, zucca. Infinite sono le aromatizzazioni, che vanno dallo storico
Alkermes alle zeste d' agrumi, dal succo di limone all' acqua di zagara. E quando
dal marzapane semplice si passa a ricette più complesse, le farciture diventano
protagoniste: crema, pan di Spagna, zabaione, caffè, marmellata, miele, si alternano
(o convivono) con il sigillo di glasse che aggiungono dolcezza a dolcezza. Nel percorso
a ritroso, dalla sostanza alla forma, la creatività è regina: fiori e frutta, agnelli
e asini, merletti e cestini, figure geometriche e di fantasia, giù giù fino all'
amatissimo Omino di Marzapane della saga di Shrek.
Se decidete di cimentarvi in proprio, sappiate che le mandorle di Avola sono le
più ricche, mentre quelle pugliesi vantano grande finezza. Da evitare californiane
e turche, che trasudano olio. In caso di insuccesso, regalatevi una gita isolana
e andate scoprire di quanti marzapani sono fatte Sicilia e Sardegna. Subito dopo,
a dieta.
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