Buon appetito
La diatriba va avanti da anni, con sostenitori autorevoli per l'una e l'altra
tesi e momenti di scontro aperto come quando la principessa Olghina di Robilant
criticò aspramente Alessandra Borghese (autrice di Noblesse Oblige con la contessa
Gloria Von Thurn und Taxis) per il suo no all'uso del "Buon appetito”. Per prendere
posizione, sempre che interessi farlo, bisogna risalire alle origini di questa oggi
controversa formula pre-prandiale, quando nobili, feudatari e signori avevano una
servitù numerosa.
Si usava allora, in determinati periodi dell'anno (come il tempo del raccolto o
per occasioni eccezionali, come grandi battute di caccia particolarmente fruttuose)
dare banchetti anche per i servitori che solitamente ne erano esclusi e che, al
limite, potevano aspirare agli avanzi. Queste erano invece occasioni speciali, ideate
per ingraziarsi i sottoposti. È qui che nacque il “Buon appetito” che il padrone
rivolgeva al personale di servizio come buon auspicio per godere della magnificenza
dei suoi doni, di tutta quella merce rara, in un'epoca in cui certi cibi – se non
proprio il cibo in sé - erano davvero un lusso.
Questa è la radice storica di un augurio che non è più carino dire, spiega Nicola
Santini, esperto di bon ton, autore del libro Business + Etiquette. Ai nostri giorni
la formula è caduta in disuso perché il pasto, per fortuna, non è più momento in
cui sfamarsi, ma si arricchisce di altri significati: dalla colazione di lavoro,
all'incontro conviviale, alla serata romantica, si sta intorno al tavolo ma “la
mangiata” è l'ultimo dei motivi.
La frase resta comunque una consuetudine privata. Ancora oggi, sottolinea Santini,
in molte famiglie cosiddette altolocate si usa far precedere il pranzo dal “buon
appetito” e nessuno ci trova niente di strano o si scandalizza. Nel contesto familiare
insomma ognuno segua pure le proprie abitudini.
È in un contesto non privato – sostiene il maestro di cerimonie - che appare inappropriato,
come se si desse dei servi ai commensali, specie se è il padrone di casa a pronunciarlo.
Allora la domanda potrebbe essere: ma se nessuno dà un segno chiaro di inizio pasto,
come si capisce quando cominciare a mangiare? Si aspetta – dice Santini – che tutti
abbiano il cibo nel piatto. E questo vale per ogni portata. A iniziare sarà l'ospite
d'onore, se a tavola c'è un invitato di riguardo. Altrimenti è la padrona di casa
a dare il la. È lei che, dopo essersi assicurata che tutti siano stati serviti e
siano sistemati comodamente, sorride e comincia a mangiare.
Comunque, tornando al buon appetito, a nessuno deve venire in mente che chi lo dice
sia un maleducato. Molto peggio stare in silenzio, magari arricciando il naso. Se
qualcuno ci augura buon appetito si risponde con un sorriso e un buon appetito.
E poi si tratta di una consuetudine che cambia da luogo a luogo. Per esempio i camerieri
francesi nei migliori ristoranti lo augurano portando le pietanze in tavola ai clienti
e anche quelli americani accompagnano i piatti con un “enjoy”. In questi casi si
risponde naturalmente un “grazie”.
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